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L’opposizione serio/comico
Data: 2017-12-19

La Direttrice Artistica di Popsophia, Lucrezia Ercoli, racconta l'umorismo. Il saggio è presente nel Catalogo della 29° edizione della Biennale Internazionale dell'Umorismo nell'Arte.

Esiste un’ironia elementare che si confonde con la conoscenza e che, come l’arte, è figlia dell’otium.

Certo, l’ironia è fin troppo morale per essere veramente artistica, come è troppo crudele per essere veramente comica. Tuttavia un elemento le avvicina: l’arte, la comicità e l’ironia diventano possibili quando si attenua l’urgenza vitale. Ma l’ironista è ancora più libero di chi ride.[…] L’ironia, che non teme più le sorprese, gioca con il pericolo.

V. Jankélévitch, L’ironia

 

L’umorismo, la comicità e l’ironia non sono soltanto “oggetti” di analisi critica. Sono vere e proprie “modalità” di pensiero che interagisco e si sovrappongono alla storia della filosofia.

La serietà, dice Jankélévitch in un saggio dedicato all’ironia, «è essenzialmente fragile. Il nostro rispetto svanisce quando scopriamo da quali minuscole cause dipendano i più grandiosi avvenimenti della storia o della vita interiore».1

Al discorso “serio”, monolitico e solitario, si contrappone la risata, ironica e malinconica, del filosofo disincantato, simile a Democrito. Il pensiero scopre la pluralità, frammentata e scomposta, che compone il mondo:

«i sentimenti, le idee devono rinunciare alla loro solitudine signorile per dei rapporti umilianti di vicinato, per coabitare nel tempo e nello spazio con la moltitudine».2

L’ironia, come declinazione propriamente filosofica dell’umorismo, si impone come proprietà irriducibile della libertà di pensiero e diviene un tema cardine della riflessione contemporanea. Il discorso ironico, parafrasando un frammento eracliteo, “non dice (leghei) e non nasconde (kryptei), ma dà segni (semainei)”: non offre soluzioni, non “dice” risposte che esauriscano le domande, ma neanche “nasconde” occultando la verità.

Semainei, dà segni. Questa forma estrema di “umorismo filosofico” è un fenomeno che gioca con la contraddizione: è quella forma del discorso – spiega Kierkegaard – «la cui caratteristica è di dire l’opposto di quello che si pensa».3 Si invertono gli opposti: «nasconde il suo scherzo nella serietà, la sua serietà nello scherzo [...] così può anche venirgli di passare per cattivo, pur essendo buono».4

Non si tratta, però, di una menzogna che evita il confronto con la realtà.

Al contrario, il pensiero moristico si espone, si mette in pericolo “indicando” – nel riso beffardo e distaccato – la direzione da seguire: un gesto carico di conseguenze e di responsabilità per l’interlocutore.

Invece di definire in termini ultimativi una questione, l’umorismo ironico mostra i limiti di ogni “verità”, evidenzia la cornice concettuale di riferimento decostruendone i pregiudizi di partenza.

Si tratta di un tentativo – che gioca con il pericolo – di andare oltre il discorso, di mostrare (in negativo) che cosa sta al di là del contesto. L’umorismo e la filosofia, quindi, si incontrano in una superiore forma di saggezza dedita alla libertà. L’umorismo diventa veicolo di una filosofia trasformata: una filosofia non pietrificata, ma che si rimette costantemente in discussione senza mediazioni e compromessi. Una palestra che tiene in allenamento costante il pensiero costringendolo ad essere sempre più esigente e vigile.

L’opposizione serio/comico, in questo senso, non è altro che l’equivalente di altre contrapposizioni sedimentate dalla cultura ufficiale: alto e basso, significante e insignificante, immutabile e accidentale, essenziale e superfluo, adeguato e inadeguato, normale e anormale, razionale e irrazionale. Ripropone, cioè, una distinzione categoriale tra ciò che è propriamente filosofico e ciò che, senza dubbio, non lo è. In questo schema binario, l’umorismo non è considerato degno di uno studio serio e rigoroso e, tanto meno, veicolo di una particolare forma di pensiero alternativa alla “chiara ed evidente” razionalità cartesiana. È destinato, piuttosto, a riecheggiare fuori dalle mura della cultura «rappresentando un ospite poco gradito e un intruso sconveniente, da tenere a bada o ricacciare nelle basse cucine del palazzo».5

La “verità” filtrata dall’umorismo, quindi, passa per l’errore e si confronta con la contraddizione: non ammette la fede, perché ama il dubbio.

È simile all’argomentare ironico di cui parla Jankélévitch: gioca con i silenzi, con le allusioni, con le omissioni, con i

frammenti; «crivella con le sue frecciatine pungenti il manto di nubi in cui si avvolge il pathos»; «sminuzza le totalità opprimenti o risibilmente solenni, per collocare al loro posto una totalità pneumatica, una totalità esoterica, una totalità dell’invisibile e secondo la qualità pura».6

L’umorismo, però, è un passo ulteriore. Accompagna un pensiero che ha la passione per il paradosso e abbandona una dialettica sicura nel suo incedere sistematico. Il pensare umoristico desidera l’urto.

In questo senso Kierkegaard si definisce un “umorista” che si è affidato alle intermittenze di un pensare costitutivamente mancante e deficitario: «se si volesse da ultimo porre il problema relativo alla “validità eterna” dell’ironia – scrive Kierkegaard – esso potrà trovare la sua risposta solo se ci si pone sul terreno dell’umorismo. Lo humour contiene una scempsi assai più profonda che non l’ironia; qui tutto verte, infatti, non già intorno alla finitezza, bensì intorno alla peccaminosità. [...] Esso si muove entro determinazioni, non già umane, bensì teandriche (divino-umane); esso non trova pace nel fatto di rendere uomo l’uomo, bensì del fare dell’uomo il Dio-uomo».7

L’umorismo, così inteso, è prossimo al religioso: rivela un’esigenza di assoluto nascosta dietro una percezione contingente e mediata.

 

 

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Il 2017 chiama a sé l’arte umoristica nazionale e internazionale nella 29° edizione del concorso della Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte per confrontarsi su un tema declamato e attuale.

La Biennale nel 2017 ha scelto di interrogarsi su una parola d’ordine politicamente dirompente e culturalmente egemone: Onestà! Onestà!

 

 


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