Alberto Sordi

 

 

 

 

ALBERTO SORDI

12 luglio - Serata Sordi con Igor Righetti

Ore 21,30 | Piazza della Libertà

Serata Sordi

 

Il racconto dell'Albertone nazionale, attraverso testimonianze private e materiali inediti del nipote Igor Righetti.

Durante la serata premiazione dei vincitori della 27a Biennale Internazionale dell'Umorismo nell'Arte.

 

sordi

Data la complessità e la poliedricità del personaggio, venerdì 12 luglio, giorno che segue all’inaugurazione della 27° edizione della Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’arte, il pronipote di Alberto Sordi, Igor Righetti, Maria Antonietta Schiavina, giornalista del Tirreno e autrice di una indimenticabile biografia sull’attore romano, saranno i protagonisti dell’appuntamento Alberto Sordi, filosofo contemporaneo.
Un racconto intenso dell’Albertone nazionale, tratteggiato e come attore, e come uomo. Un ritratto intimistico capace di realizzare un tuttotondo dell’artista romano. Aneddoti, foto, video inediti e le registrazioni originali grazie alle quali l’autrice ha potuto realizzare il volume Storia di un commediante.
Un momento per ricordare Sordi e per ri-scoprirlo nella sua filosofia di vita, il suo rapporto con la fede e la spiritualità, il suo amore incondizionato per il cinema. E poi ancora aneddoti familiari e curiosità raccontati da Igor Righetti, con un occhio sempre vigile sugli aspetti comunicativi delle opere cinematografiche dal principio della sua carriera sino alla sua affermazione. Un grande inedito affresco di uno dei personaggi più amati dal nostro Paese.

Igor Righetti ricorda zio Alberto

Igor_Righetti_2Igor Righetti, creatore e speaker del fortunato programma quotidiano trasmesso dal 2003 su Radio 1 Rai Il ComuniCattivo - Perché l'ignoranza fa più male della cattiveria, racconta il rapporto con suo zio, i suoi consigli, la persona che era lontano dalle telecamere.

 

«Ricordo quanto mi faceva sorridere – racconta Righetti - quando affettuosamente mi chiamava “A’Igore” o lo scugnizzo». Continua, poi, raccontando quanto e come influenzò quella che diventerà la sua carriera artistica. «Mi stimolò a frequentare la scuola di recitazione, la scuola di canto e mi incoraggiò a sperimentare la radio e il cinema, ma mi sconsigliò la tv». È infatti l’uso della voce, quella che Albertone incoraggerà anche nella carriera del nipote. «Mi diceva che la voce e l’immagine continuano a vivere anche dopo la morte. È vero, Alberto non è più tra noi da dieci anni ma i suoi film lo hanno reso immortale». Persino il saluto del Comunicattivo, “Buona comunicazione”, nasce dalla pulce nell’orecchio che mise zio Alberto al giovane Igor: «Tutti i conduttori salutano con buongiorno, buon pomeriggio e buona sera». Da qui la necessità di distinguersi e coniare una nuova espressione.
«Mi ha insegnato - continua Righetti - come rimanere me stesso davanti a un microfono e come affrontare temi seri non in modo serioso ma usando l’ironia».

 

Sordi e Mussolini
Maria Antonietta Schiavina, biografa ufficiale di Sordi, ci racconta in anteprima qualche piccola chicca emersa dall’intervista biografica al grande comico romano. Ci racconta ad esempio del desiderio di Sordi di interpretare il Duce. «Mi sarebbe piaciuto interpretare Mussolini in famiglia ma fui minacciato», raccontò al microfono della Schiavina. Le minacce lo raggiunsero addirittura dall’America Latina: l’aspetto temuto è che lo si umanizzasse troppo. Sordi stesso racconta: «mi sarebbe piaciuto vedere a tavola mentre mangiano che cosa ne pensano i figli di quello che lui ha presentato dal balcone al popolo, che cosa ne pensa la moglie di questa amicizia con Ida, le raccomandazioni che gli faceva la famiglia». E continua: «Io lo avrei arricchito con particolari umani che mi inducevano a pensare che un italiano può, non impazzire, ma diventare un altro con questo consenso di tutto un popolo». Sordi nega di essere stato fascista ma riconosce a Mussolini una grande capacità giornalistica: «Era un grande giornalista, si vede perché i suoi discorsi sono titoli di giornale».

 

Albertone e i bambini
Né moglie né figli eppure l’Albertone Nazionale era un profondo amante dei bambini e delle donne. Racconta infatti alla Schiavina: «I figli ho capito che se uno non ce li ha non può dire questo è mio figlio perché non l’ha fatto lui. Ma ci sono tanti bambini abbandonati, senza genitori, negli orfanotrofi e nelle organizzazioni. Ho cominciato a frequentare questi ambienti per il piacere di guardare i bambini, di stare con loro, di prenderli in braccio. Ho capito che si hanno forse più soddisfazioni adottando e seguendo un bambino, andandolo a trovare, vederlo che si illumina perché è il papà che gli va vicino. Diventare padre di bambini che purtroppo non hanno avuto la possibilità di conoscerlo il padre. E quello ha compensato ciò che io ho perso».
E allora interpretare il padre e il marito nei suoi film diventa un entrare nel personaggio: «Quando faccio un personaggio non mi vesto soltanto da marito ma entro nel personaggio con lo stato d’animo: soffro, gioisco, litigo, manifesto amore, do un sacco di botte. Tante emozioni che durano due o tre mesi, il tempo della realizzazione del film».

 

La venerazione per le donne
Amante delle donne e conquistatore, ha sempre rivelato di essere «un infedele per costituzione». Racconta Igor Righetti che lo zio ha sempre ritenuto il genere femminile superiore a quello maschile. «Ha conosciuto e ha avuto rapporti con tantissime donne ma non ha mai fatto nomi. Diceva di essere sempre stato corteggiato. L’unica volta che ha corteggiato – continua Righetti - è stata con Andreina Pagnani per la quale provò un sentimento molto importante. Di lei diceva che era un tipo di donna inconquistabile. La lorostoria durò nove anni. Fu lei a decidere di interromperla in quanto non si sarebbe potuta concludere con un matrimonio».

 

Sordi e De Chirico
Qualche parola Albertone ce la regala anche per raccontare la sua amicizia con Giorgio De Chirico. A Maria Antonietta Schiavina racconta: «L’incontro con De Chirico fu per una combinazione al Caffè Greco, me lo presentarono lì, e da quel giorno prendemmo degli appuntamenti, andai nel suo studio, voleva stare con me, voleva ridere con me, ce raccontavamo un sacco di cose».
Racconta del ritratto che gli fece, quello col cappello piumato. Non voleva regalarglielo. Lo stesso De Chirico disse: «Non devi averlo tu, ma il mondo». Eppure riuscì ad ottenerlo assieme ad altri tre quadri… per arredare la boiserie. Alla canzonatura di De Chirico, la moglie del pittore rispose: «è così che si comprano i quadri, per metterli nel posto più giusto».

 

La politica
Corteggiato in più di una occasione dalle formazioni politiche del suo tempo, Sordi non accettò mai nessuna candidatura, nemmeno quella della Democrazia Cristiana pur essendo profondamente cattolico. L’unico grande cruccio che gli rimase fu quello di non essere stato nominato senatore a vita. In tutti i suoi film la politica entrava per altre vie. Non ha mai voluto interpretare un politico, in quanto sosteneva: «Recitano già loro, che sovrabbondanza inutile sarebbe!». Eppure il suo tempo lo leggeva benissimo anticipandone persino gli eventi. Non a caso nel film Tutti dentro, di cui fu anche regista, anticipò gli avvenimenti di Tangentopoli dimostrando ancora una volta di essere un analitico osservatore della società italiana.

 

Albertone l’avaro
Esattamente come Paperon dei Paperoni, Alberto Sordi è sempre stato considerato un avaro. Un mito, però, da sfatare, spiega Igor Righetti. «Non era avaro. Non ha mai amato né la mondanità né il gossip. Era oculato nelle spese, quello sì, ma non taccagno. Avrebbe potuto avere auto lussuose ma non amava ostentare, era molto geloso della sua vita privata, così come non ha mai voluto fotografi nella sua casa, una villa da sogno a Roma». Come il più avaro dei paperi Disney però, anche Albertone si è dedicato alla beneficenza, senza sbandierarla. «Ha pagato cure mediche per amici e colleghi in disgrazia – confida Righetti - e ha aiutato molti bambini poveri dato che Alberto frequentava gli orfanotrofi».
La gratitudine che Alberto portò sempre per il nonno di Righetti, uomo che l’aveva incoraggiato sin da principio nel perseguire la sua carriera, comprandogli il primo smoking, si rivelò quando l’uomo si ammalò. «Quando mio nonno si paralizzò, provvide a farlo curare da un luminare della scienza e al suo ricovero in una clinica di lusso», racconta Righetti.

 

La radio, la pubblicità e la tv

Per Sordi la radio è sempre stata un grande amore. Racconta Righetti: «Mi diceva Alberto: la radio è un mezzo fantastico che permette di liberare la fantasia e la creatività». All’inizio della carriera il suo amore era per il canto e per il doppiaggio. Prestò la sua voce anche a Robert Mitchum, Antony Quinn e a Marcello Mastroianni nel film Domenica d’agosto. «E come dimenticare la radio con Rosso e nero o Oplà, presentati da Corrado, e poi il programma Vi parla Alberto Sordi. Con i compagnucci della parrocchietta, il conte Claro e Mario Pio fece ridere tutta Italia», ricorda Righetti, e conclude: «La voce è stata uno dei segreti del successo di Alberto: stridula, petulante che saliva e scendeva di tono con forsennata rapidità». Discorso diverso va invece fatto per la tv e con essa per la pubblicità. Riguardo a quest’ultima Albertone tuonava: «Che me metto a vendere la robba al mio pubblico?». La tv, «la scatola che si intromette tra i singoli individui costringendo i pensieri», come la definiva Sordi, è per lui il luogo dove «il culto dell’apparire prende il sopravvento sui contenuti e sul vecchio mito della maestra televisione». «Alla tentazione televisiva – ricorda Righetti - ha ceduto soltanto per sporadiche apparizioni come quelle a Studio Uno con Mina (chi non ha visto almeno una volta la sua pirotecnica ospitata del 1966 quando disse la storica frase «Mina sei ‘na fagottata de robba!») o quando, nel 1979, ha curato con tagli e montaggi dei suoi film più famosi la serie Storia di un italiano. Visto il grande e scontato successo ne seguirono altre tre serie. Oppure quando nel 1981 partecipò come ospite al Festival di Sanremo cantando E va e va.

L'anniversario

La notte del 24 febbraio del 2003, Alberto Sordi si spense nella sua villa di piazza Numa Pompilio, a Roma. In oltre 500 mila, il 27 febbraio si raccolsero presso la basilica di San Giovanni in Laterano per l’ultimo saluto e circa 200 mila persone, in tutte le case della Penisola, si unirono all’estremo cordoglio nella diretta televisiva di Raiuno.
A dieci anni esatti dalla sua scomparsa, è ancora vivo il ricordo di un uomo che ha saputo inventare una comicità tutta italiana, satireggiandone i difetti e riportando l’attenzione su quanto di meschino emergeva dallo specchio nel quale ci obbligava a rifletterci. Un modo estremamente complesso, nella seppur spontanea reazione al riso, di tratteggiare l’italiano medio e di leggerlo nel proprio tempo.
Dieci anni senza l’Albertone nazionale, colui che da comico, “è stato capace di contraddire tutte le regole del comico”. Parola di Mario Monicelli.

 

americano

Il Sordi storico

Avvicinarsi ad Alberto Sordi, è innegabile, non è semplice.
Sono in molti a sostenere che vi sia un duplice approccio alla sua comicità. Chi rivede se stesso e l’italiano con le proprie bassezze e ne ride e chi rifiuta qualunque riferimento diretto, incapace di accettare di muoversi in quel piano terribilmente autoironico cui Sordi ci costringe.


I suoi personaggi, a differenza di quelli di Totò, di Manfredi o, per varcare i confini, di Chaplin, sono tendenzialmente negativi. Se escludiamo infatti gli unici che si riscattano, quelli della trilogia sulla guerra, (La grande guerra, Tutti a casa e Una vita difficile), i personaggi di Sordi sono prevalentemente meschini e vigliacchi. Cercano in ogni modo di perseguire il benessere personale a discapito dell’altrui e godono della disparità sociale, gioendo per una giustizia che non c’è.


Difficilmente si può immaginare un altro attore in grado di tracciare con la stessa spietatezza satirica e acume tragicomico, in maniera quasi antropologica l’evoluzione storico-sociale dell’italiano medio.
Credente eppur miscredente, benpensante, esterofilo eppur restio nelle tradizioni più inutili. È proprio dalle evoluzioni del costume italiano che è stato possibile attingere a piene mani uno studio minuzioso dei vizi di un popolo.


Sordi è, cioè, un comico che opera come uno storico, rappresentando la cartina al tornasole dell’italiano pop dal dopoguerra sino ad oggi.
Il concetto stesso di rilevanza sociale e di scarto tra le classi, elemento che troviamo un po’ in tutti i film, cambia nel corso della storia cinematografica dei personaggi di Sordi. Se infatti ne Il marchese del Grillo, ambientato nella Roma papalina del 1809, la celebre frase «Mi dispiace, ma io so’ io e voi non siete un cazzo!» evidenziava l’essenza stessa di una società basta sulla distanza sociale e sul sopruso che ne derivava, ne I Vitelloni ambientato nel 1953, Sordi/Alberto si ritrova a dire «Non sei nessuno, non siete nessuno tutti». Qui la differenza non è più esclusivamente di classe, (ricordiamo l’ormai celebre gesto dell’ombrello) ma si spande a macchia d’olio vestendosi quasi di esistenzialismo. Gli anni del boom economico sono alle porte, e prolifera l’evasione attraverso il genere del fotoromanzo, non a caso Sordi interpreta Lo sceicco bianco, eroe del fotoromanzo. Dopo la tragedia della seconda guerra mondiale è l’esistenza stessa ad essere faticosa forse prima ancora dell’ingiustizia sociale.
Dal riso che accompagna Il marchese del Grillo, alla tragicità che investe il film di Fellini. Sordi traghetta l’Italia nell’inferno della sua storia, come una sorta di Virgilio della contemporaneità.

Il Sordi filosofo

La sua comicità funziona per attrito, per disturbo. Porre sotto il raggio del sole, una lente di ingrandimento non fa che lasciar divampare un incendio. Allo stesso modo Sordi obbliga a non volgere lo sguardo. Quella luce malata che riceve dalla società in cui vive la amplifica e crea le condizioni affinché divampi quel rogo che è rivelazione dei fake di un popolo.


Ma quel ridere di se stessi diventa contagioso perché Sordi lo assume e se ne fa portavoce, assurgendo al ruolo di antieroe e, nel farlo, non chiama all’individualità ma alla deviazione infantilistica di un gruppo, gli italiani, tutti. Dal nobile al medico, dal frate al mafioso, dal vigile al gondoliere, dal moralista al vedevo, dal marito perfetto allo scapolo passando per il farfallone e il maestro e innumerevoli altri.
Questa operazione rende più facile l’assunzione del riso e in questo senso ben si colloca l’affermazione di Roberto Pugliese nel corsivo del Gazzettino del 15 giugno del 2000: «Alberto Sordi è il più grande alibi collettivo che un’Italia disperatamente bisognosa di perdonarsi abbia mai saputo inventarsi».
Quell’alibi ci rende liberi, puliti da ogni miserevole viscidume, proprio perché in grado di riderne. In questo senso, Sordi si colloca come un filosofo della comicità. Dell’italiano medio di estrazione piccolo-borghese vigliacco e cinico, disposto a sacrificare ogni regola morale pur di arrivare a garantirsi una propria posizione di benessere, se ne può ridere perché sta in quella risata l’assunzione e il sorpasso, della colpa e della pena.
Alla fuga che spesso ha contraddistinto l’agire vigliacco di un popolo, Sordi risponde ridendone, esorcizzando la paura.


Riprendendo il tema di quest’anno della Biennale, l’aforisma di John Morreall “O combatti, o scappi (oppure ridi)”, potremmo affermare che Sordi sceglie di operare uno scarto con la realtà semplicemente affermandola. Non la nega descrivendo un’indole combattiva ma, l’accetta e la supera attraverso l’irrisione.
Il riso, strumento per superare la crisi, lungi dall’essere il diversivo da avanspettacolo degli anni quaranta, è con Sordi, presa di coscienza, disvelamento del vero e per questo allontanamento da quell’arte della fuga che tanto emerge dai suoi film.

comunetolentino

MIBAC

rss facebook pinterest
youtube twitter flickr

 

Il 2017 chiama a sé l’arte umoristica nazionale e internazionale nella 29° edizione del concorso della Biennale Internazionale dell’Umorismo nell’Arte per confrontarsi su un tema declamato e attuale.

La Biennale nel 2017 ha scelto di interrogarsi su una parola d’ordine politicamente dirompente e culturalmente egemone: Onestà! Onestà!

 

 


Cookie Policy